Maurizio Crozza ha un problema. E non è il talento. È un problema strutturale, quasi fisiologico: la realtà italiana produce stronzate a una velocità che il ciclo settimanale della satira televisiva non riesce a metabolizzare.
Quando Crozza va in onda, la battuta su Santanchè è già vecchia di dieci giorni. Nel frattempo la madama Garnero ha fatto altre tre cose, di cui due peggiori della prima e una che nemmeno un comico saprebbe come raccontare senza sembrare egli stesso la parodia della parodia.
Il governo di Gioggia è un generatore di comicità involontaria che lavora h24, senza ferie e senza pause contrattuali. Delmastro dice una cosa che sarebbe il pezzo forte di qualsiasi monologo. Il giorno dopo Donzelli lo supera. Quello dopo ancora arriva Bignami e ti viene voglia di andare a vivere su Marte. Nel frattempo Salvini continua ad esistere, il che è già di per sé un problema di ridondanza narrativa.
Crozza fa il verso ai potenti. Ma imitare Meloni oggi significa inseguire una donna che nel giro di una settimana riesce ad essere pacifista, guerrafondaia, atlantista, sovranista ed europeista. Belin, come si imita una cosa del genere? Con quale maschera?
La satira funziona quando la realtà ha una forma riconoscibile. Quando la realtà è già satira di sé stessa, il comico resta con la minchia in mano. Può fare il verso a Fitto, ma Fitto nel frattempo è già a Bruxelles a fare il moderato davanti ai moderati europei e il duro davanti alla platea di casa. Può fare il verso a Tajani, ma Tajani è già cinque posizioni politiche più avanti, in attesa che qualcuno gli dica qual è quella giusta.
Il povero Crozza si trova a fare il lavoro del tassidermista: prende animali morti, li imbalsama e li mette in posa. Noi ridiamo, riconosciamo, applaudiamo. Ma l’animale vivo è già altrove a ritoccare il record della minchiata.
E poi c’è il limite che non si racconta mai: Crozza deve piacere. Il suo è un pubblico in larga parte di sinistra presentabile, di centrosinistra riflessivo, di progressisti con il SUV ibrido e il senso di colpa gestito dall’analista. Un pubblico che vuole ridere dei fascisti ma non vuole essere disturbato troppo. Gente un po’ snob che vuole la satira come conferma, non come lama.
Così Crozza arriva fino a un certo punto e si ferma. La realtà invece no. Va avanti, peggiora, si autopercula con un’efficienza che nessun autore televisivo potrebbe permettersi. La fatica del comico, alla fine, consiste in questo: fare un lavoro che la realtà fa meglio.
Io però stasera non me lo perdo. Grazie comunque Maurizio.
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