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La destra italiana, Charlie Kirk e la narrazione dell’odio: tra sfruttamento politico e spinta emotiva

Opportunita vs opportunismo

Non è raro che, davanti a una tragedia, la politica cerchi un modo per inserirsi nel dolore, rivendicare valori, presidiare l’agenda dell’emotività. L’omicidio dell’ultrà conservatore Charlie Kirk è diventato in Italia un terreno particolarmente fertile per questo tipo di manovre. Fratelli d’Italia e la Lega non hanno perso tempo nella corsa a farne un paladino dell’ideologia della neodestra mondiale.

Come è stata usata la morte di Kirk

Per creare un martire, in primis bisogna  identificarsi con i suoi valori. Meloni, Salvini e altri leader hanno definito Charlie Kirk come vittima di una “ferita profonda alla democrazia” e hanno richiamato la sua figura di cristiano, padre e uomo che credeva nel dibattito orale e nei valori conservatori.

In secondo luogo, perché la narrazione abbia presa sui propri fanlocefali binari, è necessario attribuire la “colpa culturale” del martirio all’avversario politico creando i presupposti del “blame shifting”: proiezione sull’altro e vittimismo.

Le accuse più ricorrenti

La sinistra woke, l’attivismo LGBT, i marxisti e qualunque pensiero che odori anche solo lontanamente di dissenso sono spesso evocati come parte di quella cultura che, da avversaria sul piano delle idee, diviene responsabile morale del clima in cui è maturata la tragedia.

Un espediente collaudato dalla politica bipartisan, ma da quella fascioleghista di più e meglio, è l’uso del simbolo per suscitare la mobilitazione interna.

In un ambito di semplificazione concettuale volta a ridurre ogni riflessione ad uno stereotipo, si va ben oltre la retorica. Ecco che il minuto di silenzio invocato da Meloni e Salvini – sempre in gara tra loro nell’esibirsi come i migliori chierichetti della catechesi trumpiana – e gli interventi pubblici degli altri suprematisti di regime concorrono a costruire un’identificazione forte tra gli elettori conservatori e una narrazione di vittimismo e aggressione culturale.

L’emotività come leva politica

I discorsi e le interviste di Meloni e degli altri esponenti di goveno fanno leva su emozione, sgomento, rabbia e sulla contrapposizione netta “noi vs loro”. Così facendo, si raccattano quei consensi di pancia che permettono a questa compagine di guidare il Paese, ma le cause reali e complesse in cui è maturata la tragedia restano ai margini e la partita è giocata interamente in un campo simbolico-politico nel quale vince chi costruisce la miglior narrazione.

Rischio di escalation

Quando il discorso politico enfatizza la colpa morale degli avversari, non fa altro che suggerire che certi gruppi sono non solo ideologicamente sbagliati, ma addirittura moralmente legittimati a essere bersaglio di un feedback d’odio. Tale situazione contribuisce ad alimentare un’ulteriore polarizzazione.

Salvini esageratamente commosso che dice di aver pianto e Meloni che parla di “giornata spartiacque” non sono parole che restano isolate. Esse si inseriscono nello stesso schema di branding politico che appoggia la narrazione dell’omicidio di Kirk, vale a dire quello di voler posizionare la destra italiana non solo come vittima, ma come paladina di una nuova identità culturale/religiosa.

Le dichiarazioni dei tanti Franti usciti dalla scuola di Trump servono a consolidare la credibilità internazionale del governo su temi che la base conservatrice considera centrali come la sicurezza, i confini e la tradizione. In questo modo si rafforza l’idea che chi condivide certe posizioni ‒ teocon USA, Israele e attivisti pro Kirk – è  connesso ad un asse morale e culturale, e che gli avversari ideologici (la sinistra “liberale”, “woke”, ecc.) siano parte del problema.

Cosa resta e cosa si rischia

La tragedia di Charlie Kirk è reale e il dolore è comprensibile. Però la politica ha già trasformato questa morte in segnale politico, in marcatore di confini culturali e ideologici. Che può essere efficace per mobilitare, ma può anche risultare pericoloso, se serve solo a rinforzare i muri.

Se la destra italiana vuole davvero trarre una lezione da questo fatto, dovrebbe riflettere su come la memoria venga usata, su come si parla di avversari, su quali responsabilità culturali esistono, non per attizzare vendette, ma per riconoscere che le parole e le narrazioni fanno la differenza, specialmente in momenti di crisi morale e sociale.

Purtroppo col venir meno del socialismo, sostituito dal mantra neoliberista, è successo che quelli che hanno letto un milione di libri hanno cominciato a disprezzare quelli che non ce la facevano. I guai hanno avuto inizio quando i boriosi  lavoratori della conoscenza metropolitani hanno divorziato dai ceti “periferici”. E così la destra, tenuta per decenni ai margini dalle sinistre capaci di alleare ceti nuovi e vecchi, ha capito la lezione gramsciana e se l’è adattata. Se non è un paradosso questo, cosa può esserlo?

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