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La democrazia non è morta, ma l’odore di cancrena inizia a diffondersi

Una democrazia stanca, tenuta in piedi per inerzia

Oggi, se una persona con un minimo di nozioni di economia, politica e scienze sociali si trova ad osservare le democrazie occidentali senza le lenti deformanti dell’ideologia, vede che queste si stanno disgregando ovunque senza che nessuno sembri davvero interessato a fermarsi a capire perché. Tutti stiamo a gridare slogan quali “emergenza”, “populismo”, “sovranismo”, “fascismo”, come se bastasse cambiare parola per cambiare la realtà.

Oh, non è che la democrazia stesse benissimo già prima. Era un animale stanco, addomesticato, tenuto in piedi più per abitudine che per convinzione. In questo paesaggio le élite progressiste cosmopolite, sradicate dal tessuto sociale a tal punto da non riconoscere più alcun legame basato su una reale condivisione dal basso, hanno barattato la magnificenza della globalizzazione e gli agi delle ZTL con la retorica dell’inclusione e dei diritti simbolici.

L’informazione che invece di spiegare incendia

Negli ultimi trenta o quarant’anni l’informazione, quella che dovrebbe tenere insieme il racconto comune, ha deciso di buttare benzina sul fuoco e poi fare finta di spegnerlo con le lacrime.

Chiariamo subito una cosa, prima che qualche pennivendolo di regime si senta chiamato in causa avendosene a male: la crisi della democrazia non è solo colpa dei media. C’è l’economia che premia chi ha sempre di più, le disuguaglianze che hanno iniziato a impoverire il ceto medio, il lavoro che sparisce, la paura di scendere in basso nella piramide sociale. Tuttavia quello che hanno fatto editoria, tv e giornali è stato rompere il linguaggio condiviso.

Non so se ciò sia avvenuto per mero calcolo economico — più cazzate autorevoli, più copie, più pubblicità — o se ci sia stato un progetto fondato sulla connivenza, ma quando non si condivide più il linguaggio, si smette di essere una società e si diventa un branco.

Dalla realtà comune alle nicchie chiuse

Un tempo si litigava sugli stessi fatti. Oggi l’informazione produce bolle chiuse, piccole camere dell’eco in cui rimbalzano sempre le stesse quattro menate, finché queste diventano verità scolpite nella pietra.

Non servono grandi regie occulte: basta la ridondanza, il titolo urlato, la notizia gonfiata o inventata di sana pianta. Ripeti abbastanza a lungo una bugia e qualcuno la scambierà per esperienza diretta. Lo diceva Goebbels, uno che se ne intendeva.

Il neo tribalismo

Il risultato è che il corpo sociale si frantuma in tribù. Non perché la si pensi diversamente, cosa che sarebbe persino salutare, ma perché si abitano cortocircuiti cognitivi. Uno vede nemici ovunque. Un altro vede solo propaganda. Un terzo è convinto che sia tutto un complotto. Nessuno ascolta più gli altri e tutti si sentono assediati.

Addestramento emotivo travestito da informazione

Qui sta il punto che i benpensanti fingono di non vedere: questa non è informazione, è addestramento emotivo. Ti dicono chi odiare, quando ti devi indignare e su cosa chiudere gli occhi. Non ti spiegano il mondo, ti spiegano come reagire al mondo.

Chi ha ancora qualche anticorpo per difendersi dal presente senza progettualità che caratterizza questi anni è conscio del fatto che la delega è divenuta subalternità, la politica isteria e la democrazia una rissa permanente tra fallocefali da tastierino.

Quando la guerra simbolica prepara quella vera

Quando tutto è scontro, la violenza smette di sembrare un tabù. Prima verbale, poi sociale e poi, continuando a regredire, si arriva alla guerra civile.

Non serve gridare al complotto. Basta guardare il disastro quotidiano: un’informazione che separa invece di connettere, che confonde invece di chiarire, che surriscalda invece di raffreddare. Una macchina che vive di scontro perché lo scontro fa ascolti, fa clic, fa soldi. E, manco a dirlo, al livello “pro” troviamo la guerra.

L’illusione di essere “svegli”

La cosa più tragica? Che in questa bolgia dantesca molti si sentano pure intelligenti. Convinti di aver capito tutto, o semplicemente in lotta per una sporca percentuale, non solo non si sentono prigionieri della loro nicchia cognitiva, perché persuasi che il mondo coincida con i loro bias, ma vanno fieri delle loro “qualità”.  Come non citare, a questo riguardo, la certificazione della propria mediocrità assurta a merito da Meloni con la seguente dichiarazione: “Non è facile districarsi in questo clima per una ragazza della Garbatella”. Per dire di come si sia partiti da Einaudi, Nenni, Pertini e Di Vittorio per arrivare a una cameriera.

Intanto, non solo in Italia, si va avanti urlando sempre più forte o facendo girare la merda nei tubi, finché qualcuno smetterà di urlare e comincerà a menare davvero.

Il punto da non perdere di vista è, come sempre, chi trae profitto da questo macello.

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