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La concierge sul filo

Ovvero: quattro anni di Gioggia e i Fardelli d’Italia, dal decreto rave alla corda tesa tra due abissi.

Partiamo dall’immagine, perché a ‘sto giro non ho dovuto neanche esagerare nel promptare. Ormai il modello di autoapprendimento dell’AI ha inquadrato il soggetto.

Una donna in tailleur blu. Ella, la Presidente del Consiglio più a destra della storia repubblicana, cammina su una fune tesa tra due modelli. A sinistra c’è l’Europa, a destra gli USA. L’equilibrio è precario, ma ormai ha iniziato l’esibizione: o va giù o sceglie una delle sponde. Ad un certo punto le braccia si aprono nel vuoto con la grazia di chi non ha mai imparato a camminare, ma solo a correre in discesa finché il vento del consenso le ha detto bene.

I regni cadono sempre. Andrà così anche per una concierge di quartiere assurta per miracolo democratico ai piani alti, ma che non ha mai smesso di ragionare con il codice del talk show: pugni sul tavolo, un nemico da segnalare quando la faccia paonazza non funziona e il decreto che non c’entra un cazzo ma fa orgasmare gli analfaby che sbavano per “una di noi”.

Il debutto: i rave, il terrore, il reato inventato

Era il 31 ottobre 2022. Il governo Meloni aveva quarantott’ore di vita. I ministri ancora cercavano i loro uffici. E il primo Consiglio dei Ministri dell’ Era Meloni, quello che avrebbe dovuto segnare una direzione, una visione, un programma, introdusse il reato di “invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica”, con pene da 3 a 6 anni per chi organizza raduni non autorizzati.

Non un piano industriale. Neppure la questione salariale. Figurarsi la Sanità che annaspa. No, i rave! Tremila ragazzi che ballavano in un capannone a Modena e la risposta fu una norma penale di prima urgenza assoluta. Gioggia rivendicò la scelta con orgoglio: “L’Italia non sarà più maglia nera in tema di sicurezza.”

Costituzionalisti, penalisti, giuristi e salcazzisti come il sottoscritto segnalarono subito il rischio che la norma potesse rivelarsi uno strumento di limitazione delle libertà costituzionali, dalla libertà di riunione a quella di manifestazione del pensiero. Niente da fare, la premier era fiera della mano che poteva esse piuma, ma che era stata fero.

Il risultato? Tre anni dopo, nel 2025, si tenne un altro rave nella stessa zona di Modena: su 5.000 partecipanti, appena 9 arresti e nessuno per il reato introdotto appositamente. La norma rivendicata con fierezza era già carta da culo. Intanto Gioggia era già passata ad altro argomento. Sempre pronta al prossimo decreto farlocco, al prossimo nemico da agitare in piazza, alla prossima conferenza stampa in cui sembrare una statista.

L’arte del decreto come paravento

Il metodo Fardelli d’Italia si è ripetuto con variazioni minime per quattro anni: un fatto di cronaca, una dichiarazione, un decreto scritto male e convertito peggio, la fiducia posta quando l’ostruzionismo incalza. Oddio, parlare di ostruzionismo con un’opposizione divisa su tutto tranne che sulla preservazione del potere, è un po’ come pensare che in quel porno di pessima qualità che è il nostro paese anche dieci centimetri siano un signor cazzo. Oh gente, Calenda e Marattin hanno o non hanno costruito le loro carriere su numeri risibili?

Così con Gioggia e i suoi Fardelli si è passati di emergenza in emergenza: dai rave agli ecoattivisti, dagli scontri di Torino alla sicurezza in mare, costruendo un edificio normativo che criminalizza il dissenso e restringe le libertà.

Il risultato più recente è il capolavoro del decreto sicurezza di quest’anno. La settimana scorsa, mentre la premier sorrideva al Salone del Mobile di Milano, esplodeva lo scandalo del cosiddetto “bonus rimpatri”: un emendamento approvato al Senato dalla maggioranza che riconosce agli avvocati un compenso di circa 600 euro per ogni migrante effettivamente rimpatriato. State leggendo bene. Si premia l’avvocato non per la qualità della consulenza, non per la tutela del cliente, ma per il risultato richiesto dallo Stato. L’Unione delle Camere Penali italiane ha definito la norma “incompatibile con la Costituzione e con i princìpi più elementari della deontologia forense”, perché trasforma il difensore in uno strumento delle politiche di rimpatrio del governo. Il Consiglio Nazionale Forense — l’organo citato nel testo come gestore dei compensi — ha chiarito di non essere mai stato informato né prima né durante l’iter, e ha chiesto di essere escluso. Il Quirinale ha segnalato seri dubbi di costituzionalità e ha fatto capire che potrebbe non firmare. La premier ha risposto che la norma non è un pasticcio. E già faceva ridere così. Ma la soluzione trovata è stata dadaismo puro: approvare il decreto così com’è con voto di fiducia (tanto per cambiar) e subito dopo correggerlo con un altro decreto ad hoc.

Nordio e le mazzette di tenerezza

Mentre il governo gestisce con lo stile di cui sopra i propri disastri interni, il Guardasigilli Carlo Nordio continua la sua opera di demolizione metodica dello Stato di diritto.

Un paio di giorni or sono, in risposta a un’interrogazione parlamentare, Nordio ha escluso con fermezza la reintroduzione del reato di abuso d’ufficio, che il suo governo ha abolito nell’agosto 2024 nonostante esistesse già allora una direttiva europea anticorruzione in fase di definizione.

Ma il capolavoro è la difesa delle cosiddette “modeste mazzette”. Incalzato dalla deputata D’Orso, che aveva fatto riferimento ad affermazioni contenute in un libro del ministro, Nordio ha replicato che parlare di “modestia” in riferimento alla corruzione non è una bestemmia, poiché il concetto di tenuità del fatto è già presente nel codice penale. Dioffà se lo è!

Il ministro della Giustizia della Repubblica italiana, in aula alla Camera, ha spiegato che le mazzette piccole non dovrebbero preoccuparci troppo. Perché nel codice ci sono già le attenuanti. Perché la proporzionalità esiste. Perché — e questo è il non detto— chi ruba poco non è poi così diverso da chi non ruba affatto. È il paradigma del cane della Cirinnà. Quando scrivo che alla fine questa gente si somiglia un po’ tutta, non è approssimazione nichilista del tratto: è precisione fiamminga.

Il seppuku del NO

Tra le pagine del Postalmarket della sciatteria al potere, c’è stato però il momento in cui il Paese ha detto basta in modo esplicito, numerato, certificato. Timbro, marca da bollo e Gioggia che perde l’equilibrio.

Il 22 marzo 2025, il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura si è concluso con la vittoria del NO al 53,7%. Un risultato che avrebbe dovuto scuotere il governo. O quanto meno farlo riflettere. Che avrebbe dovuto essere letto come un segnale di rigetto nei confronti di una riforma calata dall’alto e scritta male, senza consenso reale, con l’unico obiettivo di regolare i conti con la magistratura quando scassa i cabasisi ai potenti, e non certo per tutelare i cittadini. E questo è il paradigma Berlusconi.

I Fardelli hanno incassato e tirato dritto lasciando Bignami, Donzelli e Rampelli, i recordman della bugia reiterata, a presidiare i social. Il decreto sicurezza è arrivato qualche mese dopo, con dentro la mancetta agli avvocati e le norme scritte senza informare chi avrebbero dovuto coinvolgere. Il ciclo non si ferma. La macchina della propaganda continua ad accumulare letame sull’aia mentre intorno si respira il profumo dell’autoritarismo, l’ eau de merd.

La corda e il vuoto

E poi c’è l’immagine da cui siamo partiti: la corda tesa tra Europa e USA.

La relazione speciale con Trump era stata costruita su strette di mano calorose e dichiarazioni reciproche di stima fino a quando il presidente americano ha fatto qualcosa che la maggior parte degli italiani considera impensabile: ha criticato il Papa.

Leone XIV, un connazionale ingrato. Quello che ha condannato la guerra in Iran. Quello che ha parlato di “delirio di onnipotenza”. E Trump, interpellato dal Corriere della Sera, ha risposto che Meloni manca di coraggio. “Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”, ha detto. L’uomo che l’aveva definita “una delle vere leader del mondo” – ma forse gli è mancato il “cheer” – l’ha liquidata con una telefonata a un giornale.

Donnamadrecristianapapista ha risposto che le parole di Trump sono inaccettabili. Bene. Tardivo, ma bene. Lo ha detto anche Elly! Peccato che per arrivare a questo momento ci siano voluti mesi di silenzio sui dazi, con le opposizioni che la accusavano di essere l’unico premier europeo a non essersi espresso dopo la bocciatura dei dazi di Trump da parte della Corte Suprema USA. Senza esagerare, mi raccomando, vuoi mai che gente a cui interessano più le primarie del programma sia pronta a governare.

È finita così. Il Ponte di Meloni, il famoso “canale privilegiato” con Washington che avrebbe garantito all’Italia un trattamento di favore, non ha retto. E non poteva reggere, perché i ponti costruiti sulla piaggeria non reggono mai. Pensate ora a come potrebbe andare se questi qua ne costruissero uno vero, quello sullo Stretto.

Siamo tornati all’immagine. Da una parte l’Europa che chiede il rispetto delle direttive anticorruzione, il ripristino dell’abuso d’ufficio, un minimo di coerenza normativa e, soprattutto, la disponibilità a svenarci per il riarmo. Dall’altra l’alleato americano che chiama in causa Gioggia solo per dirle che il Co.Co.Co. da colf è terminato. E lei nel mezzo, la bilancia tricolore che oscilla, i tacchi che scivolano e il vuoto sotto.

A un anno dal voto nazionale, la concierge miracolata è in bilico. Non per colpa della gravità, che quella è uguale per tutti. Lo è per colpa di quello che ha costruito: quattro anni di decreti sparati ad cazzum, di riforme scritte col culo e di alleanze fondate sul travestitismo feticistico.

I tuffi con doppio avvitamento carpiato con scappellamento a destra sono una cosa. La fune e l’altezza sono per quelli bravi.

Cade o non cade?

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