Marketing bellico
C’è una storia da raccontare onestamente, parallelamente alla solita merda propagandista che gira nei tubi. E poi c’è ieri, Milano, 25 aprile 2026.
La Brigata Ebraica nacque nel settembre 1944, reclutata tra ebrei dello Yishuv palestinese sotto il mandato britannico, inquadrata nell’esercito di Sua Maestà. Non era un corpo partigiano, non era un’espressione della Resistenza italiana: era un’unità regolare dell’VIII Armata britannica, schierata sul fronte italiano nelle sue ultime settimane operative.
Secondo testimonianze e ricostruzioni di protagonisti israeliani come Yigal Allon, la Brigata fu di fatto impiegata in un settore statico del fronte, con una funzione essenzialmente diversiva.
Stime generalmente riportate dalla storiografia riportano che, tra il 3 marzo e il 25 aprile 1945, la Brigata ebbe 30 morti e 70 feriti. Un contributo reale, pagato con sangue reale. Ma circoscritto, laterale, privo di qualunque raccordo operativo con la lotta partigiana italiana. La Brigata non ha mai partecipato al lancio di armi né ai rifornimenti ai partigiani italiani. Il suo contributo era combattere inquadrata nella VIII armata inglese.
L’obiettivo strategico era un altro, dichiarato fin dal principio. La leadership sionista, in particolare David Ben-Gurion, aveva espresso la volontà di contribuire militarmente alla lotta contro il nazismo nella speranza che ciò avrebbe rafforzato le rivendicazioni per la creazione di uno Stato ebraico alla fine della guerra. La Brigata era un investimento politico in uniforme britannica.
E infatti, finita la guerra, alcuni membri della Brigata costituirono clandestinamente il TTG (Tilhas Tizig Gesheften), che si dedicò all’organizzazione dell’Aliyah, l’immigrazione clandestina verso la Palestina mandataria, sfidando le restrizioni britanniche. Gli storici stimano che tra il 1945 e il 1948 la Brigata abbia contribuito al trasferimento di 15.000-22.000 profughi ebrei. La missione umanitaria era reale. Ma era anche costruzione del futuro Stato: due reduci della Brigata, Mordechai Markleff e Haim Laskov, sarebbero diventati Capi di Stato Maggiore dell’esercito israeliano negli anni Cinquanta. Trentacinque veterani della campagna d’Italia diventarono generali dell’IDF.
La Brigata ha combattuto. Ha anche posato le fondamenta di Israele. Sono due cose vere insieme, e non si può raccontare solo la prima.
Il 25 aprile come teatro
Ieri a Milano lo spezzone della Brigata si è presentato al corteo con delle bandiere israeliane, cosa che secondo una ricostruzione dell’ANPI si era impegnata a non fare, per evitare tensioni. Questo dettaglio sparisce quasi sempre dalla narrazione del martirologio successivo. Non sparirà qui.
Nello spezzone figuravano, accanto alla Brigata: dissidenti iraniani, ucraini, una delegazione di giovani di Forza Italia e i ragazzi di Hashomer Hatzair, gli scout israeliani. Un cocktail che a molti è sembrato costruito appositamente per provocare.
Presente con tanto di megafono c’era Eyal Mizrahi, presidente dell’Associazione Amici di Israele, veterano dell’esercito israeliano, già combattente nella prima guerra del Libano, direttore del movimento sionista Over the Rainbow. Figura attiva nel sostegno alle posizioni del governo israeliano, Mizrahi non è certo uno studioso della memoria partigiana.
Per chi non è troppo avvezzo all’attualità, il personaggio è quello che ha pronunciato la frase “definisci bambino” all’indirizzo di Enzino Iacchetti durante la puntata datata 16 settembre 2025 del talk show È sempre Cartabianca su Rete 4. Serve altro?
Risultato: blocco del corteo per oltre due ore, insulti gravissimi dai contestatori — il “saponette mancate” è roba che non si può sentire — e infine la Brigata scortata fuori dalla polizia in tenuta antisommossa.
Dopodiché, la macchina narrativa si è messa in moto, perfettamente oliata: Emanuele Fiano in lacrime al telefono con Piantedosi, Gioggia indignata, il soldatino IDF Ferrara pronto ad assassinare la verità e l’intera vicenda trasformata in prova provata del nuovo antisemitismo europeo.
L’altra storia, quella di cui non parla nessuno
Della serie: come il ventilatore spandimerda non ce la fa mai a diffondere aria buona.
Il Laboratorio Ebraico Antirazzista (LƏA) ha partecipato allo stesso corteo senza ricevere contestazioni, anzi con moltissimi applausi e saluti affettuosi dai presenti. Ha sfilato con due striscioni: “ebree ed ebrei contro il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo” e “cessate il fuoco, voci ebraiche per la pace”.
Ebrei anche loro. Stessa piazza, stessa data, ma una copertura mediatica nettamente inferiore”. Perché il Laboratorio non serve alla narrazione. Non produce la scena utile. Non si presta al copione in cui l’ebreo deve essere vittima del corteo antifascista, così da delegittimare il 25 aprile e blindare Netanyahu da ogni critica.
La conclusione che (quasi) nessuno vuole scrivere
Fiano, Ferrara, Fassino, Picierno, Mizrahi se ne facciano una ragione: questo Stato di Israele — non il popolo ebraico, non la memoria della Shoah — ma lo Stato che bombarda ospedali ed ora anche il Libano, che affama Gaza, che colonizza la Cisgiordania con metodi che i suoi stessi giuristi chiamano apartheid, oggi può sfilare con chi NON riconosce il 25 aprile.
Chi ha rotto il patto con la piazza non è la piazza.
Shalom.
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* Fonti utilizzate per questo articolo: Ansa, Open, Wikipedia, Fanpage, Storia della Brigata ebraica, Gianluca Fantoni, Einaudi, 2022

