Le polemiche innescate dalle recenti dichiarazioni di Conte sono futili quanto un pensiero di Chiara Valerio o Paola Concia, ma la questione in sé è meno scema di quanto sembri. Perché dietro questa storia un po’ da salotto radical chic c’è un tema politico vero. Conte ha capito che una parte della sinistra occidentale si è infilata in un cul de sac: ha imparato a discutere benissimo di identità, linguaggio, rappresentazione, inclusione, mentre fuori dal salotto la gente continua a prendere stipendi di merda, pagare affitti sempre più indecenti, aspettare mesi per una visita e scoprire che la pensione è una roba che si vede ormai con il cannocchiale.
A me pare che la sostanza politica della mossa di Conte sia più interessante del semplice “Conte diventa anti-woke”, perché non è esattamente quello che sta facendo.
Il primo elemento è il tempismo. Conte interviene subito dopo che negli Stati Uniti si è riaperto il problema del rapporto fra sinistra, identità e questione sociale, e soprattutto dopo le dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez. Quindi non sta inventando un nuovo posizionamento, ma intercetta un cambiamento che è già in corso nel progressismo occidentale.
Il secondo elemento è molto più politico: Conte sta parlando a una parte dell’elettorato che il centrosinistra ha sempre più difficoltà a rappresentare. Operai, lavoratori sottopagati, ceto medio impoverito, piccoli imprenditori. Non è casuale che siano proprio queste le categorie che cita. La sua tesi è che una sinistra che parla prevalentemente di rappresentazione, linguaggio e identità rischia di lasciare scoperta la questione materiale.
E qui arriva la parte interessante per il confronto con Schlein.
Conte non dice che i diritti civili sono una stronzata. Dice qualcosa di più astuto, ossia che non possono essere l’ossatura ideologica di una forza progressista. In politica equivale a spostare la gerarchia delle priorità. Prima salari, lavoro, welfare, disuguaglianze, costo della vita; i diritti restano, ma non costituiscono più il centro narrativo della sinistra.
È una distinzione importante perché permette a Conte di evitare la trappola della destra. Non deve diventare Vannacci per criticare il woke. Può dire: non voglio cancellare le battaglie contro le discriminazioni, voglio che la sinistra torni a occuparsi di chi non arriva alla fine del mese.
Politicamente è una posizione abbastanza forte. Ma è davvero una svolta? Purtroppo solo in parte.
Il punto debole, a mio avviso, è che Conte sta trasformando in una grande revisione strategica qualcosa che, nel Movimento 5 Stelle, era già largamente implicito: il M5S ha sempre avuto una componente populista-sociale molto più marcata della sinistra liberal-progressista. Reddito di cittadinanza, salario minimo, lotta alla povertà, critica alla finanziarizzazione, protezione sociale: il vocabolario materiale Conte lo conosce da anni.
La novità è il bersaglio polemico.
Adesso Conte dice esplicitamente che una certa sinistra si è fatta catturare da una «religione morale autoreferenziale». E questo gli consente di mandare contemporaneamente un messaggio a tre destinatari: agli elettori popolari, al PD e alla stessa Schlein. In altre parole non sta soltanto discutendo del woke. Sta discutendo di chi debba guidare il centrosinistra.
Ed è qui che secondo me si vede meglio l’operazione.
Conte ha davanti a sé la corsa alle primarie del centrosinistra. La questione woke gli permette di costruirsi uno spazio che Schlein, per la sua storia politica e culturale, occupa con maggiore difficoltà. Il rischio per Schlein è che Conte le rubi la bandiera della sinistra sociale senza necessariamente rinunciare alle battaglie sui diritti.
C’è però un’ultima cosa che mi convince poco: l’aneddoto della statuetta della donna nuda.
Conte racconta dell’amico di Boston, transitato nel suo studio, che ha considerato offensiva una piccola scultura di nudo femminile in mostra su un ripiano. Parlando dell’episodio, Conte dice: «Quella fu la prima volta che toccai con mano gli eccessi della cultura woke». Ecco, questo è un esempio perfetto per una discussione culturale, ma alquanto debole come argomento politico. Perché il problema della sinistra occidentale non è davvero il tizio americano che si scandalizza davanti a una statuetta. Il problema è se una forza politica progressista riesca o meno a costruire una rappresentanza sociale attorno a salari, casa, sanità, pensioni, precarietà e redistribuzione.
La statuetta è l’aneddoto. La questione sociale è il problema. E Conte lo sa. Quindi è un’operazione elettorale? Sì, ma non soltanto. Direi piuttosto un’operazione costruita sopra una contraddizione politica reale. La contraddizione è questa: una parte della sinistra occidentale ha effettivamente sviluppato un linguaggio politico molto sofisticato sulle identità mentre contemporaneamente perdeva pezzi della propria rappresentanza sociale. Non significa che siano state le battaglie su quei diritti a provocare la perdita di elettori più orientati, come il sottoscritto, alla lotta tra capitale e lavoro. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma significa che la sinistra può parlare di identità senza parlare abbastanza di classe. Ed è questo precisamente il vuoto nel quale Conte sta cercando di infilarsi.
La cosa paradossale è che, per farlo, deve utilizzare una parola — woke — che nasce proprio dentro quella cultura politica americana che ora si vorrebbe ripensare dell’ interno. E deve farlo mentre la destra ha già trasformato quella parola in un gigantesco spaventapasseri.
Perciò la vera partita non è: woke sì / woke no. È: chi rappresenta materialmente quelli che stanno peggio? Se Conte riesce a portare la discussione lì, ha fatto una mossa intelligente. Se invece tutto si riduce a statuette nude, presepi, schwa, cancel culture e battibecchi sui social con gli analfaby di VannaXi, ha semplicemente regalato alla destra un’altra stagione di guerra culturale.
Dalla pochette alla tuta da lavoro. Mah?
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