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John Doe con le stellette

Il progressismo ha risposto con gli arabeschi. Ha fatto le veroniche concettuali. Si è parlato addosso per anni e ora si stupisce che il vuoto sia stato riempito da un generale che scrive come un utente di Reddit con i gradi.

Non solo Gruber e Palmerini ieri sera, ma anche Schlein e il campo largo non capiscono — o non vogliono capire — che c’è una moltitudine che ha paura. Non dei maranza, non degli omosessuali, non degli immigrati nel senso in cui lo raccontano loro. Ha paura di scivolare. Di non farcela. È quella piccola borghesia che da sempre fa da massa di manovra in guerre di classe di cui non è neppure in grado di riconoscere i fronti.

Vannacci cavalca benissimo quella paura. Non la risolve, semplicemente perché non gli interessa risolverla. Gli interessa tenerla in forma umida e disponibile. E noi, nel frattempo, continuiamo a litigare sul cognome delle coppie arcobaleno.

L’apparizione televisiva del generale da Gruber è stata l’ennesima dimostrazione di questo cortocircuito. Un uomo che costruisce il proprio consenso sulla percezione di un declino materiale viene interrogato quasi esclusivamente sui suoi effetti culturali: famiglia naturale, comunità LGBTQ+, quote rosa, immigrazione e remigrazione. Tutti temi sui quali Vannacci ha una posizione semplice, riconoscibile, immediatamente traducibile in slogan. È il suo terreno di gioco.

L’unica domanda davvero pericolosa è stata quella sulla patrimoniale. Perché è lì che il giocattolo rischia di rompersi. È infatti sulla questione sociale che il fenomeno Vannacci mostra tutte le sue contraddizioni. Che cosa propone per salari che perdono potere d’acquisto da anni? Per una sanità pubblica che arretra? Per il declino industriale? Per la precarietà? Per i giovani che emigrano? Per il trasferimento costante di ricchezza dal lavoro alla rendita?

Una beata minchia.

Eppure continua a raccogliere consenso. Perché il consenso non nasce necessariamente dalle soluzioni. Nasce spesso dalla capacità di dare una forma politica a una sensazione diffusa. Vannacci non offre risposte. Offre riconoscimento. Dice a milioni di persone: vi vedo, vi ascolto e capisco la vostra rabbia. Che poi le cause del disagio abbiano poco a che fare con gli immigrati, con il politically correct o con le persone transgender è un dettaglio secondario. La funzione politica è già stata svolta.

Da questo punto di vista Vannacci è un fascista classico. Non perché inneggi alla “Decima”, ma perché tenta di saldare i sentimenti della piccola borghesia agli interessi del capitale. Trasforma l’insicurezza economica in conflitto culturale. Sposta l’attenzione dai rapporti di classe ai rapporti identitari. Fa apparire come nemico il vicino di casa invece di chi controlla la distribuzione della ricchezza.

Per questo “Il mondo al contrario” ha avuto successo nonostante la sua povertà argomentativa. Nessuna delle sue tesi resisterebbe a un fact checking rigoroso. Il libro è un insieme caotico di invettive non molto diverso dai quaderni di John Doe, il protagonista di Se7en. Ma il punto non è questo. Le parole di Vannacci non vanno lette come un saggio, semmai come uno specchio.

Un progressismo minimamente intelligente avrebbe dovuto capire che quel testo era un sintomo prima ancora che un programma politico. Avrebbe dovuto chiedersi perché milioni di persone si riconoscono in una raccolta di luoghi comuni che spesso sfiorano il delirio. Invece ha preferito limitarsi alla denuncia morale, trasformando Vannacci in un mostro da prime time e regalando al generale il ruolo che desiderava: quello dell’uomo comune assediato dalle élite culturali.

Così il copione si ripete. Gruber incalza sui diritti civili. Vannacci risponde sui diritti civili. I social discutono di diritti civili. Il giorno dopo gli stipendi fanno schifo esattamente come il giorno prima. Le liste d’attesa restano infinite. Le fabbriche continuano a chiudere. Gli affitti continuano a crescere.

Tutti hanno vinto il dibattito. Tranne quelli che avrebbero avuto bisogno di vincere qualcosa nella vita reale.

Non facciamoci illusioni. Quando le cose vanno male, dalla morchia esce sempre un nuovo salvatore della Patria. Vannacci continuerà a crescere. Non perché abbia le risposte. Non perché il suo libro sia un capolavoro di letteratura “dal basso”. Non perché milioni di italiani si siano svegliati fascisti una mattina di primavera.

Continuerà a crescere perché mentre lui parla a persone che non arrivano a fine mese, il progressismo televisivo continua a parlare a sé stesso. E finché il conflitto resterà confinato alle quote rosa, ai pronomi e alla famiglia tradizionale, il generale potrà continuare a fare ciò che gli riesce meglio: presentarsi come la voce degli ultimi mentre tutela gli interessi dei primi.

Non esiste alcuna via d’uscita. Il sistema è coerente, chiuso, autosufficiente. Si alimenta delle sue stesse crisi. La democrazia come marketing non è una degenerazione: è il funzionamento normale. E il fascismo che ne emerge non è il suo fallimento. È, semmai, la sua riserva di emergenza.

Notarile e inutile, come sempre.

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