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Intrattenimento fiscale

La patrimoniale. Di nuovo. Come ogni cinque anni, come la prostata infiammata: arriva puntuale quando la sinistra ha finito le idee e ha bisogno di lisciare il pelo ai proletari del cazzo che poi, però, votano Gioggia, il suo upgrade VannaXi o Marco Rizzo.

Piccolo problema. La patrimoniale esiste già. Non è un segreto di Stato. Non è neppure una notizia dell’ultimo minuto. È roba che chiunque abbia un deposito titoli, un fondo pensione, un ETF, una polizza vita, tre azioni ENI e un po’ di debito dello Stato – BOT e CCT – conosce benissimo. Tutti, tranne i compagni che la invocano come se stessero annunciando la caduta dei Romanov.

Vediamo un po’ meglio e, soprattutto, oltre la retorica per gonzi.

L’imposta di bollo sul dossier titoli: 0,20% annuo sul valore di mercato. Non sui rendimenti. Sul valore. Ce l’hai, la paghi. Guadagni, la paghi. Perdi, la paghi. È una patrimoniale pura, applicata ogni anno senza pietà.

La tassazione sulle rendite finanziarie: 26% sul “capital gain”, sui dividendi, sugli interessi. 26! Non è esattamente l’inferno liberista che raccontano certi tribuni da social. È invece una delle poche imposte che nessuno evade perché te la trattengono prima ancora che tu possa lamentarti.

I costi di gestione: su fondi, polizze, gestioni patrimoniali il gestore si prende la sua fetta prima ancora che tu veda un centesimo di rendimento. In certi prodotti assicurativi arrivano a mangiarsi un punto percentuale e anche di più l’anno. Su vent’anni di risparmio, fate voi i conti. È una patrimoniale privata, delegata dallo Stato al mercato, più silenziosa e molto meno fotogenica.

Ecco, da bravi, ora sommate tutto. Su un patrimonio finanziario medio alto – vogliamo fare 500k, ma potrei sbagliarmi perché sono povero – tra bollo, tassazione delle rendite e costi di gestione, si erode ogni anno una quota non trascurabile del capitale. La patrimoniale c’è già. Si chiama “sistema vigente”. Ma questo non serve a fare comizi. E non acchiappa like.

Allora cosa vogliono esattamente i compagnucci, quando urlano “patrimoniale”? Vogliono un’imposta aggiuntiva sui grandi patrimoni. Ville, yacht, quadri, castelli, azioni non quotate, holding familiari. In altre parole i soldi veri, quelli che non stanno in un deposito titoli Fineco, ma in strutture societarie progettate da studi legali che fatturano più sbembli del PIL del Molise.

Bella idea, in teoria. In pratica succede che quei patrimoni abbiano le gambe. E con quelle si spostano. I proprietari di ville in Toscana e holding alle Cayman non aspettano il decreto legislativo per fare i bagagli, li hanno già fatti almeno vent’anni fa, proprio mentre loro, le sinistre, si abbeveravano con le gioie della globalizzazione e contemporaneamente discutevano di linguaggi inclusivi, cittadinanze simboliche e altre guerre culturali a costo zero.

La sinistra immagina sempre il ricco come un signore con il cilindro seduto sopra una montagna di banconote, come nelle illustrazioni di Carl Barks. Mi spiace che sia un anarchico di periferia a darvi la notizia, ma il ricco vero possiede società, partecipazioni, trust, immobili intestati a  società “extra mondo” e consulenti che costano più di un attico in Piazza Duomo. Quando il legislatore arriva con il retino delle tasse, lui è già a nuotare libero altrove.

Allora chi rimane col cerino in mano a pagare? Il solito: il ceto medio con la casa di proprietà, il TFR investito in un fondo, forse un appartamento ereditato dalla nonna che vale duecentomila euro sulla carta e zero sul mercato. Quello che il catasto chiamerebbe “ricco” e il mercato chiamerebbe “stai scherzando?”.

Ma il punto vero non è nemmeno fiscale. Il punto è un altro: la sinistra italiana non ha nessuna intenzione di redistribuire la ricchezza. Non ce l’ha avuta per trent’anni. Ha privatizzato, ha deregolamentato, ha firmato ogni trattato europeo che comprimeva i salari e tutelava i capitali, ha guardato crescere le disuguaglianze con lo stesso distacco compassato con cui si guarda un documentario sull’estinzione del Dodo.

La patrimoniale serve a tenere acceso il fuoco della finta opposizione, a far sentire i militanti ancora dalla parte giusta della storia mentre votano per partiti che quella storia l’hanno già scritta, ma a favore degli altri. Il rosicone di sinistra sente “patrimoniale” e si scalda. Si sente rappresentato. Si sente vendicato per lo spread, per il jobs act, per le pensioni tagliate, per i quarant’anni di moderazione responsabile e lacrime ai funerali dei diritti. Poi va a votare. E ricomincia a rosicare.

C’è una parola per questa dinamica. Non è “lotta di classe”. Non è nemmeno “riformismo”. È intrattenimento. È lo spettacolo del conflitto senza il conflitto. È la promessa dell’esproprio senza l’esproprio. È il linguaggio della redistribuzione senza nessuna redistribuzione. Il tutto pagato con la moneta più inflazionata che esista: la speranza degli stessi che vengono spennati da un sistema che la sinistra ha contribuito a costruire e che oggi finge di voler smontare con un’aliquota sulle villazze.

Quello che manca non sono le tasse sui patrimoni. Manca una forza politica capace di colpire chi li controlla davvero. È così ogni cinque anni si ripropone la stessa liturgia: i finti compagni chiedono la patrimoniale, i ricchi chiamano il commercialista, il ceto medio paga e i poveri votano Gioggia.

La rivoluzione è rimandata. La replica invece è già in prevendita.

Notarile e inutile, come sempre.

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