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Il ponte che sta stretto

Ponte fantasma: la Corte dei Conti stronca l’ennesima crociata salviniana

Il sogno del Ponte sullo Stretto, sempre più simile a un’ossessione che a un progetto infrastrutturale, si scontra di nuovo con la realtà. La Corte dei conti, con l’ultimo parere negativo, ha messo nero su bianco quello che tutti sanno ma pochi dicono a voce alta: i conti non tornano, né sul piano economico né su quello tecnico.

Per Matteo Salvini, che in questi anni ha  trasformato il ponte in un’arma di propaganda permanente (“il cantiere partirà, costi quel che costi”), si tratta dell’ennesimo smacco politico. Non solo perché il verdetto dei magistrati contabili riporta la discussione con i piedi per terra, ma perché certifica l’inconsistenza di un dossier che, al netto delle conferenze stampa e delle slide ministeriali, resta poco più di un plastico mostrato con la solita faccia da miracolato a Porta a Porta.

Onere di motivazione non assolto*

Il passaggio chiave è netto: «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione, difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori».

Tradotto: la delibera Cipess che ha dato il via libera non spiega davvero perché e come si siano superati i nodi critici. Non basta dire “si fa”, bisogna dimostrare su quali basi tecniche ed economiche.

Più elenco che valutazione*

Altro colpo basso: la Corte osserva che la delibera «si appalesa più come una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali del procedimento che come una ponderazione delle risultanze di dette attività, sotto il profilo sia fattuale che giuridico».

In sostanza: si è fatto un “riassuntino” burocratico, ma senza pesare davvero i dati che emergono.

I conti non tornano*

Ancora peggio si va sui numeri. La Corte chiede spiegazioni in merito ad un disallineamento da manuale: «Perplessità si manifestano, inoltre, in merito al disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025 — quantificato in euro 10.481.500.000 — e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025».

Una differenza apparentemente minima, ma che per un’opera di queste dimensioni fa scattare il campanello d’allarme. Per non parlare dei costi della sicurezza, lievitati da 97 milioni a oltre 206 milioni.

Tempi e vincoli*

La Corte richiama anche i tempi procedurali: «il tempo intercorrente … non può complessivamente essere superiore a 20 giorni». Una pressione burocratica che rischia di trasformarsi in ulteriore boomerang per il Ministero delle Infrastrutture.

Le reazioni: minimizzare a tutti i costi

Il Ministero delle Infrastrutture ha risposto con la consueta formula difensiva: «i riscontri richiesti saranno forniti nei tempi previsti e l’opera del Ponte sullo Stretto non è in discussione».

L’AD di Stretto di Messina, Pietro Ciucci, aggiunge: «L’Ufficio di Controllo della Corte non ha espresso alcuna bocciatura, giudizio di inadeguatezza né richieste di integrazione del progetto definitivo».

Una linea comunicativa chiara: abbassare i toni, evitare la parola “bocciatura” e rinviare a chiarimenti futuri.

Conclusione (sempre la stessa)

Il leader leghista aveva immaginato di cavalcare il ponte come simbolo della sua presunta capacità di “fare le grandi opere” contro i “gufi e i burocrati”. Ma la realtà si è rivelata molto più dura: la Corte ha evidenziato criticità procedurali, carenze di copertura finanziaria e rischi legati alla sostenibilità economica. In altre parole, un gigantesco buco nero in cui rischiano di precipitare miliardi senza ritorno.

Il paradosso è che mentre Salvini si intestardisce sul ponte, le infrastrutture ordinarie del Paese – dai treni regionali alle strade del Sud – continuano a manifestare criticità. Tuttavia il ministro preferisce la narrazione epica del “collegamento tra due mondi” ignorando che la Sicilia non ha ancora un’autostrada degna, i treni sono da Far West e che la Calabria combatte con continue frane e interruzioni.

Alla fine per la gran parte dell’opinione pubblica l’immagine che resta è quella di un banfone aggrappato a un sogno che rischia di trasformarsi in un incubo economico per la collettività.

Come per il lager in Albania fortemente voluto da #donnamadrecristiana e di cui più nessuno parla, restano i monumenti alla più totale inadeguatezza di questo governo. Sono cattivi, scarsi e bolliti come Fantozzi alla Coppa Cobram.

Seduti sulla riva del fiume si sta benissimo.

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*Fonti: Il Manifesto, L’Avvenire, Il Fatto Quotidiano, ANSA, Skytg24

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