Site icon Ittica Blog

Il piano di sotto

Ho un sospetto. Non una certezza, sia chiaro. Nessuna prova e nessun dossier segreto trovato sotto il materasso di Bruno Vespa.

Solo un sospetto.

A me sembra sempre di più che la comunicazione italiana sia manipolata. Come dicevo, è solo una supposizione senza prove, tuttavia vedere che alcuni tra i maggiori canali d’informazione comunichino il risultato elettorale locale in Germania come la vittoria di una nazione e l’invasione di Ceuta come l’invasione dell’Europa, mi fa supporre che ci sia una strategia per pilotare la parte più distratta dell’elettorato, per non usare altri aggettivi, verso una narrazione vecchia di un secolo.

Prendiamo proprio la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Una cosa enorme, certamente. Il 43,8 per cento. Primo partito, quasi il doppio della CDU. Un risultato storico per l’estrema destra tedesca, il migliore mai ottenuto in una consultazione regionale. Ma attenzione alle parole: consultazione regionale. Sassonia-Anhalt è un Land della Germania, non la Germania. L’AfD non ha conquistato Berlino, non ha conquistato il Bundestag e non ha conquistato il governo federale. Non ha nemmeno la maggioranza assoluta nel Landtag.

Ma scendiamo subito nell’arena delle cazzate.

L’Italia dei destropitechi festeggia da lunedì come se avesse vinto la Nazionale. Peccato solo che le cose non stiano proprio come le racconta quel cazzaro del Girasagre e che, approfondendo appena un poco, scopriamo che Alice Weidel, leader dei nazicrucchi, è lesbica, sposata con una donna nata in Sri Lanka, ha due figli adottivi, vive in Svizzera e ha un curriculum da consulente Goldman Sachs.

Altroché volto del partito della famiglia tradizionale, della purezza etnica e del ritorno alla patria. La contraddizione è talmente spudorata da sembrare quasi un test: vediamo quante cazzate ingoiano i boccaloni che mi votano. E la valchiria regge benissimo, perché al popolo di AfD della vita privata di Weidel non gliene frega un cazzo.

Non è ipocrisia, badate bene, è proprio irrilevanza. Il fascismo del ventunesimo secolo non ha bisogno che il capo incarni il modello: gli basta che il capo lo prometta agli altri. In altre parole, Weidel può vivere come vuole, fottendosene di ciò che il suo partito vorrebbe imporre, l’importante è che il turco, il siriano, il cingalese non possano vivere come vogliono loro. È un patto oligarchico camuffato da rivolta popolare. E funziona che è una meraviglia, ovunque, non solo a Berlino. Prova ne siano i fenomeni di casa nostra.

Poi arriviamo a noi, agli italiani che twittano “vittoria” come se fosse una vittoria di popolo. E che popolo! Qualcuno gli ha spiegato che per l’elettore nazionalista tedesco l’italiano medio — terrone, ignorantello, indisciplinato — sta grosso modo nella stessa categoria del “nuotatore” marocchino di Ceuta? Del resto l’AfD nacque anche facendo dell’opposizione ai Paesi del Sud e all’Italia uno dei propri cavalli di battaglia. Ma oggi va benissimo festeggiarla come se avesse vinto la nostra nazionale.

La destra identitaria europea non ha mai amato l’Italia, l’ha sempre tollerata come manovalanza a basso costo e meta di vacanze. Ma va bene così, perché qui la coerenza logica non serve: serve solo il nemico giusto al momento giusto. Ieri l’invasione era il migrante su un gommone, oggi diventa “l’Europa” tutta intera minacciata a Ceuta, un’exclave spagnola. Così un confine dall’altra parte del Mediterraneo diventa improvvisamente sacro come se fosse il cortile di casa mentre un partito che ci considera manodopera di serie B vince le elezioni e noi stappiamo lo spumante.

Nel frattempo Fardelli e generali infiocchettano la propaganda, con la complicità di pennivendoli conniventi, allestendo l’emergenza giusta — il gioielliere, la famiglia del bosco, i maranza, le donne col velo, la Patria — per tenere l’attenzione lontana da dove serve: pensioni, sanità, istruzione e salari fermi da vent’anni.

Perché il nazionalismo funziona così. Ti promette di restituirti un’identità. Poi, per poterlo fare, deve continuamente stabilire chi non appartiene a quell’identità. È una macchina che non può fermarsi. E allora sarebbe interessante domandare a Gioggia, al Girasagre e a VannaXi che applaudono entusiasti alla vittoria dell’AfD: “Scusate, ma voi siete proprio sicuri che nel progetto europeo dei nazionalisti tedeschi noi italiani siamo i padroni di casa o siamo semplicemente gli immigrati del piano di sotto?”

Volete saperne ancora una? Non funziona neppure ripetere fino a consumarsi i polpastrelli agli elettori di Weidel e a quelli autoctoni che sono ignoranti e fascisti. Lo sono, sia chiaro. Ma continuare a menarla con quanto sono brutti, sporchi e cattivi non farà cambiare loro idea. Anzi, li farà sentire ancora più disprezzati. E il disprezzo loro lo trasformano in voto.

Questo è il punto che manda ai matti tanti progressisti: la politica non è un concorso per stabilire chi ha moralmente ragione. È anche capire perché la gente vota come vota. Persino quando vota demmerda. E in Sassonia come a Rogoredo.

C’è una cosa che la propaganda identitaria dimentica sempre di dire. Quando tutti vogliono essere prima la propria nazione, prima o poi qualcuno deve essere la nazione degli altri. E magari è proprio lì che comincia il bello. O il brutto. Dipende da come percepite il mondo oltre la finestra di casa.

Ecco, “Sieg Heil” potrebbe essere un problema.

🌹🏴‍☠️

Exit mobile version