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Il Dragone non riceve

Quando il Dragone chiude la porta

Berlino voleva parlare, Pechino ha risposto col silenzio. Il nuovo ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, aveva già pronti spazzolino e mutanda di ricambio per una visita “costruttiva” in Cina. Il problema? Dall’altra parte non c’era nessuno disposto a costruire. Risultato: visita annullata, comunicato glaciale, e un messaggio nemmeno troppo criptato da Pechino: “non siete voi a dettare l’agenda”.

Sulla carta, la missione doveva servire a riannodare un dialogo sempre più sfilacciato: terre rare, semiconduttori, Ucraina, Taiwan. Nella realtà, la Cina ha confermato un solo incontro, con il ministro Wang Yi, tagliando fuori tutto il contorno istituzionale. In gergo diplomatico è come dire: “Ok, se proprio insisti, ti offro un tè, ma i Lebkuchen te li porti da casa”.

A quel punto a Berlino è scattato il riflesso condizionato: “Meglio non partire, grazie”. Tradotto in burocratese: “La visita non può garantire i presupposti necessari per essere utile”. Dietro la formula educata, un imbarazzo gigantesco. La Germania, che per anni ha campato vendendo motori e macchine a Pechino, oggi si ritrova ad essere bistrattata come uno stagista in prova.

Così, mentre Wadephul metteva via il set da bagno, dalla Cina arrivava il colpo di grazia, per bocca del portavoce Guo Jiakun: “La Cina e la Germania restano partner strategici, ma sul principio dell’una sola Cina non ci sono margini di interpretazione”. Tradotto: “O accettate la linea di Pechino su Taiwan, o potete pure starvene a casa”.

Il grande gelo sino-europeo

La figura rimediata dai crucchi è in realtà la spia di un raffreddamento più ampio. L’Unione Europea, reduce da un summit con Xi Jinping in cui Ursula Bomberleyen ha parlato di “inflection point” (cioè: punto di rottura educato), non nasconde più il fastidio per le politiche economiche cinesi.
Accesso al mercato? Sempre più chiuso. Esportazioni strategiche? Sempre più controllate. Cooperazione? Sì, ma solo a senso unico.

Bruxelles ha persino minacciato “azioni proporzionate”, se Pechino continuerà a blindare terre rare, magneti e semiconduttori. Nel frattempo, la Cina guarda l’Europa come un cliente problematico che si lamenta ma compra lo stesso.

La Germania, l’ex fidanzata illusa

Per la Cina, la Germania non è più l’amica privilegiata dei tempi di Merkel. Quella stagione di “business first of all” è finita, e oggi Berlino paga il prezzo della sua timidezza strategica: troppo timorosa per schierarsi davvero con gli USA, troppo dipendente per sfidare la Cina. Pechino lo sa, e gioca di fino: qualche gesto di gelo diplomatico, due frasi sul “rispetto reciproco”, e la Germania capisce subito chi comanda.

Nel frattempo, la UE osserva la scena cercando di tenere insieme la retorica dei valori europei e la realtà dei bilanci commerciali. Spoilerone: non funziona benissimo.

Il caso Wadephul non è un incidente, ma un sintomo. La Cina non ha più bisogno di blandire l’Europa come un tempo, e l’Europa non ha ancora deciso se vuole essere un blocco geopolitico asservito al Banana a stelle e strisce o un gruppo di compratori risentiti, ma che alla fine ti arriva con l’assegnino.

Intanto, mentre Bruxelles scrive comunicati e Berlino rimanda voli, Pechino fa ciò che le riesce meglio: detta i tempi, sceglie i toni e decide chi merita il biglietto d’ingresso.

Scaramucce diplomatiche e partita vera

Il fastidio della Cina verso l’Europa nasconde, ma neppure troppo, il capitolo non armato della WWIII: la produzione dei semiconduttori. Ormai è chiaro anche a un leghista che i suddetti siano diventati un settore strategico non solo dal punto di vista economico, ma anche in prospettiva della sicurezza nazionale e della sovranità tecnologica.

Il “caso” Nexperia

La recente “nazionalizzazione” di Nexperia in Olanda evidenzia un crescente approccio da parte di Stati europei a cercare di controllare investimenti esteri (in particolare cinesi) in asset critici.

Nexperia è un’azienda controllata al 100% circa dal gruppo cinese Wingtech Technology (con sede a Shanghai). Wingtech è a sua volta fortemente legata allo Stato cinese. Da notare che, oltre agli impianti produttivi in Europa (Germania UK), Nexperia ha chiaramente un’ampia presenza in Cina per back-end (assemblaggio/testing) e altre operazioni.

In pratica siamo di fronte ad un esempio da manuale su come il controllo sul “know-how” (tecnologia, produzione, capacità di fabbricazione) stia diventando un tema centrale nei rapporti tra Europa e Cina. Ciò indica che anche aziende con radici europee, ma di proprietà/controllo cinesi, possono essere soggette a interventi governativi straordinari se ritenute a rischio per la strategia economica nazionale o continentale.

La decisione del governo olandese – toh guarda – su pressione degli Stati Uniti, ha subito avuto ripercussioni in Europa e in particolare in Germania. La Volkswagen ha annunciato la possibile chiusura di alcune linee di produzione, un fatto questo clamoroso per l’industria automobilistica tedesca, già in forte sofferenza a causa della guerra in Ucraina, dei dazi e della farlocca conversione green.

Heil Donald!

Purtroppo la pochezza dell’esecutivo guidato da Merz e dal pattuglione di feldmarescialli in giacca e cravatta non è poi tanto meglio della combriccola di arruffapopolo del governo di #donnamadrecristianavittima.

Nonostante tutto quello che sta accadendo, la Germania resta schieratissima con Washington, di cui però subisce le politiche protezioniste e il disimpegno sulla guerra in casa propria. Del resto, dopo anni di austerity imposta ai partner, ma prima ancora l’aver accollato all’Europa i costi dell’unificazione (ve l’eravate dimenticati eh?), non ci si poteva certo attendere che i pronipoti di zio Adolf non impiegassero ogni mezzo per mantenere la posizione di supremazia nell’UE. Il bieco nazionalismo è l’ultimo capitolo.

Come ha scritto qualcuno, quando si scriverà il libro sul suicidio dell’Europa, sempre ammettendo che vi sarà qualcuno a leggerlo, il primo e l’ultimo capitolo dovranno essere dedicati proprio alla Germania, paese culturalmente decaduto e in preda a un economicismo idiota e fanatico.

In conclusione, non lamentiamoci se il Dragone chiude la porta. Sta semplicemente sta facendo selezione all’ingresso.

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