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Il cuore troppo vicino al buco del culo

Ma veramente noi, che ci riteniamo abbastanza civili da poterci governare da soli, dobbiamo ancora farci fare la morale da Donzelli e Salvini? Perché a un certo punto uno dovrebbe anche avere il diritto di incazzarsi.

Prendiamo Donzelli. Uno che sta al mondo per dimostrare quanto Lombroso sia sottovalutato ci racconta che in politica ci sono quelli che si sentono “arrivati”, quelli che si prendono troppo sul serio, si atteggiano e si danno le arie, come se fossero il Marchese del Grillo. Poi, però, vede Giorgia Meloni a La Maddalena mentre parla con ogni cittadino che le si avvicina e si rincuora, perché lei ascolta, spiega e discute con tutti con la stessa attenzione e la stessa passione con cui parla con i grandi capi di Stato. Finché c’è Giorgia, conclude commosso, possiamo davvero sperare in un mondo migliore.

Ma che cazzo dice?

È questo il criterio con cui dovremmo giudicare un Presidente del Consiglio? Il fatto che, durante un fine settimana in Sardegna, si fermi a parlare con qualche persona che incontra per strada? Io non voglio che Giorgia Meloni sia simpatica a Finigheddu e Pattagarrosu che la incontrano sul lungomare. Non me ne fotte assolutamente un cazzo. Vorrei che fosse altrettanto disponibile quando davanti a lei ci sono giornalisti che fanno domande vere, possibilmente non concordate, e non soltanto cittadini entusiasti che chiedono l’autografo. Vorrei sentirla rispondere nel merito su salari, sanità, scuola, pensioni, precarietà, debito pubblico, politica estera, guerra e spesa militare, invece di assistere alla trasformazione di ogni passeggiata presidenziale in una specie di agiografia balneare.

Perché essere cordiali con le persone per strada non è una virtù politica. È educazione. E, per quanto possa sembrare incredibile a un adulatore come Donzelli, si può essere educati anche senza trasformare la Presidenta Donna Madre Cristiana in una santa patrona.

Poi arriva Salvini. E qui entriamo, come un tackle di Schnellinger, direttamente nel surreale.

Dopo essere stato contestato a un tributo di De André, il king delle sagre sente il bisogno di spiegare agli italiani che nessuno può decidere quali cantanti possiamo ascoltare, quali libri leggere o quali film guardare. Dice che la ragazza che lo ha sfanculato aveva diritto di contestarlo, così come lui aveva diritto di risponderle, e che in democrazia l’avversario si combatte con le idee, non si imbavaglia, non si censura e non si cancella.

Bravissimo Kronk! Una cosa talmente ovvia che, per qualche secondo, ho avuto il sospetto che avessi detto qualcosa di sensato.

Poi però mi è tornato in mente De André.
E allora il problema non è che Salvini lo ascolti, ci mancherebbe altro. Il dramma è che Salvini ascolta De André e, da quello che scrive, sono assolutamente certo che non abbia capito una beata minchia di quello che ascolta.

De André non era un soprammobile da salotto buono, né la colonna sonora da mettere sotto una fotografia istituzionale per dimostrare di avere un’anima. Era uno che aveva la pessima abitudine di andare in direzione ostinata e contraria guardando il mondo dalla parte di quelli che il potere preferisce non vedere: gli ultimi, gli esclusi, le prostitute, gli anarchici, i ladri, i diversi, gli sconfitti, quelli che la morale borghese e perbenista ha già condannato prima ancora di ascoltarli.

E, soprattutto, De André non si limitava a dirci che siamo liberi di ascoltare chi ci pare. Ci costringeva a mettere in discussione il modo in cui guardiamo gli altri, le nostre certezze, la nostra idea di giustizia, il confine artificiale tra quelli che consideriamo rispettabili e quelli che invece riteniamo sacrificabili. Per questo leggere Salvini che cita De André per impartirci una lezione sulla libertà ha qualcosa di involontariamente comico. È come ascoltare Jeffrey Dahmer che spiega il veganesimo.

Salvini ha naturalmente tutto il diritto di ascoltare De André. Come ha tutto il diritto di leggere i suoi libri, guardare i suoi film preferiti e ascoltare la musica che gli pare. Nessuno glielo vuole togliere, e sarebbe demenziale sostenere il contrario. Ma avere il diritto di ascoltare una canzone non significa necessariamente averne compreso il significato.

E qui arriviamo al Pescatore. Perché io vorrei davvero sapere cosa abbia capito Salvini di quella canzone. C’è un uomo che fugge, un vecchio pescatore che lo accoglie, gli dà da mangiare e da bere e gli offre riparo senza chiedergli prima chi sia, da dove venga, cosa abbia fatto e soprattutto se meriti oppure no quella solidarietà. Poi arrivano gli sbirri e il pescatore non consegna il fuggitivo. Non c’è il controllo dei documenti, non c’è il curriculum morale, non c’è la patente politica e non c’è nemmeno il famoso “prima gli italiani”. C’è un essere umano che aiuta un altro essere umano. Tutto qui.

Ed è questo il punto che mi fa veramente incazzare. La destra contemporanea ha questa straordinaria capacità di prendere parole, simboli e persino opere d’arte, svuotarli completamente del loro significato e restituirceli sotto forma di slogan. Libertà, popolo, patria, democrazia: tutto diventa buono per la propaganda, purché prima venga accuratamente privato del contenuto. Adesso tocca a De André.

E allora no, cari Donzelli e Salvini. Non avete nessuna particolare autorità morale per venire a spiegarci come funziona la democrazia. Potete parlare quanto volete, naturalmente, e nessuno vi deve impedire di farlo. Questa è precisamente la democrazia: avere il diritto di dire solenni cazzate senza che qualcuno venga a tapparvi la bocca. Ma la stessa democrazia che consente a voi di parlare concede agli altri il diritto di rispondervi, contestarvi e mandarvi affanculo.

Soprattutto quando provate a darci lezioni di libertà.

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