Quando la destra fa la destra e la sinistra fa la destra meglio della destra
Che la destra bastoni Landini e Schlein è normale. È come lamentarsi perché piove d’inverno: fa parte del paesaggio.
Il problema, semmai, è che a picchiare Schlein e Landini ogni giorno non è solo Libero o La Verità, ma anche quella lunga processione di giornali che si definiscono liberali, moderati, riformisti e, tenetevi forte, di centrosinistra.
È la vecchia metastasi della sinistra italiana che si risveglia: un apparato culturale che odia tutto ciò che assomiglia a una sinistra vera. Un esercito di editorialisti con la missione di dire che sì, va bene parlare di diritti, ma non di salari; che sì, si può criticare la povertà, ma solo senza disturbare i mercati. Per questi “guardiani”, la sola sinistra accettabile è quella che prende il tè con Gentiloni e la benedizione della Cisl.
La destra non critica la destra. La sinistra non critica la destra. Ma tutti criticano la sinistra.
Avete letto un solo giornale di destra in cui Sechi, Senaldi, Borgonovo o Belpietro si siano permessi di stigmatizzare le parole di Meloni quando ha detto che “l’opposizione italiana è peggio di Hamas”? Chiaramente no, perché la destra, al netto delle sue mostruosità, ha una qualità che la sinistra ha perso da decenni: la compattezza. Non spara sui suoi. Mai.
Anzi, quando Meloni alza il tono, i suoi giornali fanno il coro: “Brava Giorgia, ci voleva!”. E intanto i “terzisti”, quelli col ditino moralista, sorridono di traverso: non amano Meloni, ma adorano chiunque bastoni la sinistra. Una passione antica, quasi erotica.
Landini, la cortigiana e il peccato originale dello sciopero
La polemica sul termine “cortigiana” pronunciato da Landini è una barzelletta. Ma quale sessismo? Dai su. È solo che Landini ha commesso il reato più grave previsto dal codice mediatico italiano: ha osato richiamare il conflitto sociale. Uno sciopero, un po’ di sindacalismo vero, vuoi pure a fini personali, e apriti cielo!
In un Paese in cui ormai la democrazia è a tiratura limitata le contrapposizioni sono decise, nella forma e nella sostanza, dall’Istituto Luce meloniano e dai suoi influencer esterni in giacca e cravatta. Pertanto sì al corporativismo che da noi diventa amichettismo, ma no a qualunque piazza che rimandi alla lotta di classe: disturba l’ordine dei talk show e l’equilibrio tra lo spread e le pettinature.
Schlein, la sinistra in zona proibita
Con Schlein la faccenda è più raffinata. Lei sbaglia (e ha un po’ rotto i coglioni, diggiamolo) quando tira fuori l’antifascismo rituale come un rosario usurato. Ma sul merito ha ragione: in Ungheria, in Turchia, in Argentina e, guarda un po’, negli Stati Uniti del babbione aerografato c’è un problema democratico serio. E Meloni lo sa, visto che li cita come modelli. Solo che la verità non conta, se non è autorizzata dal blocco che decide cosa è responsabile e cosa no.
E quel blocco ha un piano: fare fuori Schlein, rompere coi 5* (il vero nemico) e riposizionare il PD al centro sotto il vessillo draghista. Un Gentiloni qua, un Letta là, un pizzico di Renzi, un sentore di Calenda e via col sogno di sempre: la Grande Coalizione Educata, Meloni-PD, in nome del santo Draghi e dello Spirito Santo Europeo. Poi ci si stupisce se uno, pur da ateo, ha le tasche sempre piene di porchiddii.
Cassese e i carri armati immaginari
Per capire il livello del dibattito, basta ascoltare le parole di Cassese: “Non vedo carri armati sotto la Rai, quindi non c’è problema di democrazia.” Eccallà, l’intellettuale perfetto per i tempi nuovi. Uno che per accorgersi di una crisi democratica deve vedere i blindati davanti a Viale Mazzini. Quando basterebbero le nomine. O le sviolinate in salsa evoliana di Giuli.
Meloni non cadrà nella trappola dei “responsabili”
E adesso la cosa più ironica di tutte: Meloni, la tanto demonizzata, è l’unica politica seria in campo. E niente, l’ho scritto. Se c’è una cosa che la gavetta ha insegnato a una che indubbiamente arriva dal basso è che il potere si difende stando fermi, compatti, orgogliosi della propria parte. La sinistra, invece, continua a cambiare pelle ogni stagione, come un partito in cerca di un nuovo algoritmo di credibilità.
La sinistra colpita da fuoco amico
Non so più come dirlo, la destra è destra, ma anche la sinistra è destra, solo con più sensi di colpa. E i “guardiani del draghismo”, quelli che pontificano su Repubblica e nei talk show, sono lì per assicurarsi che resti così: nessuna idea di redistribuzione, nessuna parola fuori posto, nessuna ribellione che spaventi i mercati.
Il risultato è che in Italia la destra non ha alcun problema a essere destra. La sinistra, da trent’anni, ha il problema opposto: non può permettersi di essere sinistra. Neppure se prova a farlo dai carretti arcobaleno.
Post scriptum nostalgico
Tranquilli, questa mia non è un’analisi. Non ne ho gli strumenti. Potrebbe però essere un atto d’amore tossico per quella sinistra che non esiste più, ma che continua a farsi riconoscere nei suoi errori, nei suoi sensi di colpa e nei suoi giornali che la odiano più degli avversari.
Ogni tanto, tra un editoriale di Mieli, il nuovo format televisivo di Giannini e le risate amare del venerdì con Crozza, se qualcuno di voi ha ancora voglia di domandarsi perché vinca sempre la destra, la risposta non ve la danno i “classici”, ma un esimio signor nessuno di Barriera: la destra vuole vincere. La sinistra vuole solo piacere.
E allora tutti in coro: 🎶 It’s fun to stay at the YMCA 🎵.
🌹🏴☠️
