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Dio, Patria e Like: la teologia secondo Melonia Trumponi

Sono giorni di festa per i più meglio

Allora, prendiamoci un momento per guardare in faccia l’elefante rosa nella stanza italiana: Melonia Trumponi. Sì, avete letto bene, quella combinazione perfetta di patriottismo da supermercato, narcisismo social e passione per i like che trasforma anche il più innocuo tweet in una dichiarazione di guerra rivolta a chiunque non sia lei.

La prima cosa che colpisce quando guardi Melonia è il suo modo unico di fare politica: un cocktail esplosivo di retorica religiosa da catechismo vintage, citazioni di eroi patriottici prese a caso da Wikipedia e la convinzione che il mondo intero stia cospirando contro di lei  perché… boh?

Melonia è la leader del popolo, dicono i suoi giannizzeri Bignami e Donzelli, mentre per il resto del mondo lei e i suoi sembrano i protagonisti di un reality show in cui ogni personaggio è la caricatura della parodia che ne fa Crozza. Tempi duri per i comici, quando gli originali superano le loro imitazioni.

Dio

Per Melonia Trumponi Dio non è solo un’entità trascendente: è un influencer. Ogni discorso pubblico è una lezione di teologia social: «Se condividi il post giusto su Instagram, Satana ci resta male e Maria acchiappa like», potrebbe essere il suo mantra. È una strategia geniale: unisce la fede al social, l’elettore al click, il patriottismo al meme. Tutto questo mentre noi che iniziamo a dare segni di insofferenza ci chiediamo: “ma stiamo davvero facendo sul serio?”.

Patria

Passiamo alla Patria, che per Melonia Trumponi è più che uno stato: è un brand personale. La bandiera italiana non sventola su Palazzo Chigi: sventola su ogni cartolina, su ogni post sponsorizzato, su ogni dichiarazione che suona vagamente come un discorso motivazionale da palestra. La patriota Giorgia non argomenta leggi e decreti, le “likizza” prima, così il popolo sa immediatamente quali  sono buone e quali cattive. E se non capite il meccanismo, non preoccupatevi: nessuno capisce. Ma tutti applaudono, perché applaudire come foche ammaestrate al circo è il massimo per i Fozza Gioggia.

Like

E poi ci sono i Like, i sostituti di qualsiasi indicatore politico sensato. Elezioni? Like. Disoccupazione? Like. Crisi energetica? Like. Tutto è misurato dai numeri su uno schermo, perché la realtà è troppo complicata per Melonia Trumponi. Il pensiero critico è per i perdenti; i suoi algoritmi morali sono semplici: più like = più giusto. Fine della discussione.

Non è Cicciolina

Ovviamente il dietro le quinte non è meno spettacolare. Consigli di governo trasformati in meeting su TikTok, dichiarazioni ufficiali che sembrano trailer di film d’azione  e una squadra di collaboratori che sa perfettamente che ogni frase va confezionata per essere instagrammabile. In un’Italia che pare un pornazzo, tanto è scontata la trama, Melonia Trumponi è la star assoluta, la protagonista che può permettersi di dire tutto e il contrario di tutto senza perdere un singolo like, perché i follower contano più dei fatti.

The others

E poi ci sono gli oppositori. Quelli che Melonia chiama disfattisti. In realtà sono semplici esseri umani con opinioni che esulano dalla narrazione dell’Istituto Luce. Perché per Melonia Trumponi non c’è spazio per il dubbio: o sei con lei, trendy e patriottico, o sei contro di lei e allora sei automaticamente un traditore dell’algoritmo divino, un amico di Hamas o un figlio di papà da centro sociale. Semplice, lineare, perfetto.

Visti da fuori

A chi osserva dall’esterno, la scena appare surreale. È come guardare un mix tra un discorso di Cetto La Qualunque con accento della Garbatella e un reality show che si ripropone come la peperonata. Ma attenzione, sotto le luci dei riflettori e il glitter dei like, Melonia Trumponi ha un vero e proprio talento da illusionista concettuale: fa sembrare tutto coerente, ordinato, inevitabile. Una vera e propria teologia della post-verità, in cui fede, patria e approvazione social si fondono in un unico culto digitale.

This is the end

Alla fine cosa rimane? Rimane un’Italia che applaude con il pollice verso l’alto, manco fosse al Colosseo, una politica ridotta a meme e una leader che se la ride di fronte a qualsiasi logica convenzionale. Melonia Trumponi è tutto questo e niente di tutto ciò: una forza della natura populista, capace di mutare qualsiasi dramma nazionale in un trending topic, mentre con la bacchetta di Maga Magò trasforma ogni cittadino in un fedele discepolo di Dio, Patria e Like.

E io? Io scrivo, osservo e digito cazzate nichiliste con un sorriso amaro sul viso che invecchia. Perché in fondo, se c’è una cosa che Melonia Trumponi ha capito meglio di chiunque altro, è che oggi la politica non è più questione di conoscenza, leggi, strategie o saggezza: è questione di visualizzazioni. E su questo, purtroppo, nessuno può competere con lei.

Tana per Melonia

Ecco allora la trappola svelata: non tutti i populismi sono uguali. C’è il populismo vitaminico, quello che serve a risvegliare la democrazia dai torpori elitari della fintosinistra e che ricorda dal basso che dietro i grafici del PIL ci sono persone, passioni e ferite sociali. Ma c’è anche il populismo tossico, quello che si nutre di rancore, trasforma la paura in programma politico e i cittadini in tifosi.

Il mondo al contrario

L’Italia è ormai una distopia low cost dove quattro cialtroni, metà influencer e metà profeti da discount, riscrivono la storia con FaceApp, i cappellini, gli slogan e zero fonti. Recitano tutti lo stesso copione: quello dell’ignoranza spavalda, della verità rivelata in diretta streaming. Intanto il loro pubblico – un gregge di analfabeti funzionali, quando non totali – applaude, condivide, ma soprattutto crede.

In fondo, forse questa non è l’epoca della post-verità, ma quella della pre-intelligenza. Un ritorno alla caverna, solo con il Wi-Fi.

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