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Manca soltanto il numero verde.

Forse è proprio questa l’immagine più onesta della politica italiana contemporanea. Non perché tutto quello che compare sui cartelloni sia una promessa mancata di Gioggia. Sarebbe troppo facile e, soprattutto, sarebbe falso. Il salario minimo, per esempio, non era una promessa del suo programma. Era una proposta dell’opposizione che il governo ha combattuto e poi ha aggirato con la ricetta del “salario giusto”. Nel giugno 2026 il governo ha approvato una legge che lega il trattamento economico complessivo ai contratti collettivi più rappresentativi. Non è il salario minimo legale di cui si discuteva qualche anno fa. È un’altra cosa.

Ma proprio qui sta il punto.

La televendita non deve essere necessariamente falsa. Deve essere seducente. Deve prendere una cosa, infiocchettarla per benino, illuminarla con tre fari e farla sembrare appetibile.

Scusate se torno sempre sui miei cavalli di battaglia, ma quelli sono e mi ci trovo bene.

E allora…

Marx, se fosse seduto al Bar Sport, probabilmente ordinerebbe un altro giro e direbbe che abbiamo finalmente industrializzato la merce più importante di tutte: la speranza. Non si vende più soltanto una cosa. Si vende la sensazione di averla comprata.

Fisher avrebbe riconosciuto immediatamente il meccanismo. Il capitalismo contemporaneo non ha più bisogno di convincerti che tutto funziona. Gli basta convincerti che non esiste alternativa. Ogni provvedimento diventa allora l’unica soluzione possibile. Ogni limite diventa responsabilità di qualcun altro. Ogni risultato parziale diventa una vittoria storica. E soprattutto ogni fallimento può essere ripresentato come una fase del percorso. Una televendita permanente.

Gramsci, seduto accanto ad un Marx col barbone macchiato da qualche birretta di troppo, direbbe una cosa molto semplice: il problema non è soltanto chi governa, ma chi riesce a far apparire il proprio interesse particolare come interesse generale. È lì che la propaganda diventa egemonia. Non quando ti obbliga a credere, ma quando riesce a farti desiderare quello che conviene a qualcun altro. Carletto, a questo punto e con la voce un po’ impastata, direbbe che persino la lotta di classe ormai viene gestita con il diritto di recesso. E io dal tavolo gli risponderei: «Sì, Karl, ma senza rimborso».

Il punto però è un altro.

La politica contemporanea ha imparato dalla pubblicità una cosa che Pasolini aveva intuito molto prima di noi: non basta più comandare. Bisogna mutare l’immaginario. Il potere non si presenta più soltanto con la faccia da culo del ministro, del partito, dell’istituzione. Si presenta come prodotto con il suo marchio e il suo packaging. E soprattutto ha la risposta sempre pronta.

Se una promessa non si realizza, si passa a quella successiva. Sempre avanti. Sempre un’altra offerta. Perché questa è la vera meraviglia del capitalismo politico contemporaneo: riesce a trasformare l’insoddisfazione in fedeltà.

Sei incazzato perché guadagni poco? Ti vendono una riforma. Ti girano i coglioni perché aspetti mesi per una visita? Ti vendono una riforma. Sei un poveraccio e paghi comunque troppe tasse? Ti vendono una riforma. E mentre tu le aspetti, loro hanno già preparato la pubblicità della prossima.

Questa è la vera televendita.

È lo spottone di Gioggia alias Wanna che punta il dito come se stesse parlando proprio a te medesimo. Siamo ben oltre la vendita della pozione antisfiga. È il paradosso di una che a suon di  «scioé, «disciamo» e «dopodiché» ti dice che non sta vendendo niente. Però sta cambiando il Paese. E lo fa difendendo la famiglia, il lavoro, la sicurezza, la sovranità, la libertà, il merito, il futuro.

Poi parte la musica.

Si accendono le luci.

Compare il cartello: OFFERTA LAMPO.

E tu, grandissimo coglione, pensi che sia gratis.

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