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Barriera di Milano: dove la sicurezza è un’opinione

“Non siamo mica a Thoiry qui!”(cit.)

Ogni città ha il suo Bronx da esibire nei talk show come un trofeo di guerra al contrario. Milano ha Quarto Oggiaro, Roma ha Tor Bella Monaca, Napoli ha Scampia. E Torino? Torino ha Barriera di Milano, un quartiere periferico solo per chi ancora pensa, come l’attuale amministrazione fintosinistra, che il “centro” mostrato su Google Maps sia l’equivalente dell’ “ombelico del mondo” cantato dal kompagno Jovanotti. Per tutti gli altri è casa. Ma guai a dirlo in giro, che sennò gli amici fighetti non vengono a trovarti.

Il copione in Barriera è sempre lo stesso, anche da quando la Circoscrizione 6 è stata espugnata dai patrioti di FdI. Furti, spaccio, accoltellamenti, risse, sgomberi, “clan africani”, “giri dell’Est”, “nuove mafie”. Una galleria di brutture che i giornali locali pubblicano a cadenza giornaliera. A seguire il balletto delle dichiarazioni:

– Il sindaco: “Scusate, ho fretta: devo farmi un selfie con Tavares”;

– La giovane consigliera comunale della sinistra ambientalista: “È emergenza! Emergenza si scrive con l’asterisco o con la schwa?”;

– Il prefetto: “Stiamo monitorando.”;

– Il ministro: “Ci vuole più repressione!”;

– Il barista di via Corso Vercelli: “Meglio chiudere prima la sera.”;

– L’anziana di Via Leinì: “Una volta si stava meglio, c’era la mafia vera e non tutti questi negri”.

Il paradosso torinese

Torino, si sa, è una città sobria. Anche nel degrado. Qui non si grida, al massimo si mugugna in pugliese o in calabrese, perché i türineis ormai sono rari quanto le idee di Marrone e Montaruli per risolvere la situazione.

Va da sé che Barriera per il momento non esplode, ma si sfalda. I negozi chiudono. Le scuole diventano presidi sociali. Davanti agli asili ci sono solo donne velate. Le ronde le fanno, di giorno, i pensionati che vanno e vengono da Piazza Foroni con le buste della spesa. Di notte invece si fanno volare gli elicotteri come in un celebre film di John Carpenter: dieci alla scenografia, quattro meno meno all’utilità. E la criminalità? Cresce, naturalmente. Come le buche (e i “buchi”) di Corso Giulio Cesare, solo più rapidamente.

La sicurezza faidate

Il Comune prova a fare qualcosa, ma cosa? Qualche telecamera, due vigili in più, il progetto “spazio di prossimità”, che suona bene, ma significa solo che ti ascoltano dopo che due tossici ti hanno fatto la borsetta o ti hanno smontato l’auto di notte sotto casa. Ogni tanto si ripropone l’idea del poliziotto di quartiere che dura quanto un abbonamento gratuito a Netflix. Nel frattempo, la gente si organizza: chi mette le inferriate, chi cambia serratura ogni sei mesi, chi evita di svoltare a certi angoli dopo l’imbrunire, manco fossero stati minati dai genieri della Wermacht. È in queste praterie elettorali che i nipotini del duce si fanno mandriani.

Ma la vera criminalità dov’è?

Ecco, questa è una domanda interessante. Perché sotto al livello della rissa tra rom, tra rom e nordafricani, tra nordafricani e neri, tra neri e rumeni, tra rumeni e altri slavi, c’è altro. C’è chi gestisce i palazzi occupati come condomini paralleli. Chi controlla lo spaccio a ranghi ben ordinati. Chi affitta in nero tuguri a sei/otto/dieci persone alla volta, con tanto di lista d’attesa. È criminalità anche questa, perlopiù gestita da italiani, ma ordinata, silenziosa e soprattutto redditizia. Quella vera che non spara, non si prende a bottigliate alla fermata del 4 o alle “popolari” di Via Bologna, ma fattura, fa utili e reinveste.

La narrazione: reality o fantascienza?

Intanto i media fanno il loro mestiere di divulgatori di fake news e i titoli sono su per giù gli stessi: “Barriera, la notte del degrado”, “Aggressione choc”, “Residenti in fuga”. E nessuno si prende la briga di spiegare che tra via Sesia e via Montanaro ci sono anche librerie, associazioni, scuole con insegnanti che ci mettono l’anima e cittadini che non hanno il tempo di lamentarsi, perché sono impegnati a migliorare le cose. Ma quelli non fanno notizia. Troppo normali.

E allora che si fa?

Altra bella domanda. Forse, smettere di usare il quartiere come sfondo per le passerelle elettorali e iniziare a trattarlo come parte della città vera, sarebbe un buon inizio. Investire davvero in scuola, lavoro, legalità, invece di piazzare due carabinieri ogni sei mesi come se fossero deodoranti ambientali. Oppure, più semplicemente, smettere di raccontare Barriera di Milano come se fosse Falluja. Perché a forza di dipingerla come terra di nessuno, rischiamo che nessuno ci voglia più mettere piede. Nemmeno lo Stato.

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