Ci sono quelli che pensano che la politica sia fatta di idee e poi ci sono gli adulti. I primi si travestono da fasciosovranisti o fintoprogressisti e, seguendo il copione che li vuole insieme ma divisi, si improvvisano opinionisti e retroscenisti davanti al plastico di Bruno Vespa. I secondi recuperano cose studiate una vita fa cercando di trovare un senso.
A ben vedere, non serve nemmeno rimasticare per l’ennesima volta i concetti di Lasswell, Weber e Foucault per comprendere come la politica italiana sia diventata un unico allevamento intensivo di professionisti dell’autoconservazione. Gente come Ravetto e Pozzolo, ma pure Minniti e Picierno, non amministrano il Paese, bensì la propria permanenza dentro il Paese. Cambiano simboli, slogan, alleanze e opinioni con la stessa disinvoltura con cui un camaleonte cambia colore sopra una coperta patchwork.
Lo spettacolo continua senza che nessuno metta in discussione il copione. Il potere, per dirla con Foucault, non solo ti sussurra incessantemente all’orecchio cosa devi pensare, ma decide quali siano le domande che puoi fare. Così il dibattito diventa: immigrati sì o immigrati no; Europa sì o Europa no; riarmo sì o riarmo sì ma. Invece le domande fondamentali non arrivano mai: perché un Paese che produce ricchezza distribuisce salari da fame? Perché la produttività aumenta mentre il lavoro vale sempre meno? Perché la politica discute di tutto tranne che dei rapporti di potere economici? Queste domande sono fuori scaletta. Non perché siano vietate, ma perché vengono percepite come eccentriche. Un po’ come chi ne scrive.
Va da sé che il potere perfetto non censura: rende irrilevante. Se anche le idee espresse in questo blog arrivassero ad un livello superiore di “coscientizzazione”, prima o poi si scontrerebbero con il perimetro di ostilità eretto a difesa di «ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali» (cit. Alessandro Volpi).
La politica in generale assomiglia sempre meno al luogo in cui si decidono gli interessi collettivi e sempre più a un ecosistema perfettamente adattato alla propria riproduzione. Weber lo aveva intuito più di un secolo fa distinguendo chi vive per la politica da chi vive di politica; nel frattempo, però, la seconda categoria ha affinato il proprio talento fino a trasformare l’autoconservazione in una vera e propria funzione istituzionale. Governi, opposizioni, scissioni, ricomposizioni e congressi non sono altro che le diverse strategie attraverso cui questo organismo collettivo continua a nutrirsi di risorse pubbliche senza mai mettere seriamente in discussione i rapporti di potere che lo rendono possibile.
Ed eccoci al verminaio. Una massa di creature che si agitano freneticamente dentro lo stesso secchio: destra contro sinistra, progressisti contro conservatori, europeisti contro sovranisti, atlantisti contro super-atlantisti. Litigano per la lattuga mentre la televisione li riprende, i giornali trasformano ogni rutto in breaking news e i social monetizzano ogni finta indignazione. Noi applaudiamo come se stessimo assistendo allo scontro finale tra il Bene e il Male. Manco fossimo sul set di Star Wars! In realtà stiamo guardando il campionato aziendale dei quadri intermedi del capitale.
È qui che Lasswell incontra Weber per andare a bere in compagnia di Foucault. Il primo costruisce il messaggio. Il secondo costruisce il ceto politico. Il terzo costruisce il recinto mentale dentro cui quel messaggio appare naturale. Il risultato è il verminaio. Non un incidente, ma un modello organizzativo. Per questo ogni elezione promette una rivoluzione e produce una rotazione del personale: cambiano le facce, restano i rapporti di forza; cambiano i loghi, resta il capitale; cambiano gli slogan, resta il comando. E ogni cinque anni milioni di italiani (ma vale anche per gli altri paesi europei e per gli USA) discutono animatamente su quale verme sia il meno viscido, come se il problema fosse il verme e non il verminaio.
Il secchio non si rovescia da solo. E certamente nessuno, da dentro, ha alcun interesse a farlo.
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