C’è una polizza che nessun broker ti vende, ma che in Italia rende più di qualsiasi altro investimento: l’ignoranza dell’elettorato di destra. Non l’ignoranza che fa curriculum, perché questa è una caratteristica distribuita equamente tra gli esseri umani e abbastanza trasversalmente a ceti e lauree. Parlo dell’ignoranza come prodotto industriale, coltivata in serra, immune ai parassiti del dubbio – il “so di non sapere” che rimanda a Socrate – confezionata e venduta al dettaglio ad ogni tornata elettorale.
San Silvio Berlusconi, colui che per comunicare immaginava di parlare a dei dodicenni e neanche troppo svegli, ne ha fatto una scienza esatta provando pure a tramandarla ai suoi discepoli. Il blocco navale di Meloni, l’abolizione della Fornero di Salvini e quella delle accise utilizzata da entrambi come grimaldello elettorale non erano bugie maldestre, ma segni di riconoscimento tribale: il partito unico della propaganda per gonzi. Quando leggo nei commenti sui social frasi tipo “non possono avere una così bassa considerazione degli italiani”, sento il rumore tipico di ingranaggio che stride quando qualcuno non ha ancora capito in che paese vive. Come se esistesse una soglia etica oltre la quale il politico si vergogna di prendere per il culo il proprio gregge. Quella soglia, sapevatelo, non esiste.
Berlusconi era ancora novecentesco: prometteva benessere, evasione fiscale sdoganata, il sogno del piccolo borghese furbo che fotte il fisco e si fa la villazza. Roba comprensibile, quasi simpatica nella sua volgarità mercantile. Salvini, più animalesco e dunque più istintivo, è invece uno sceneggiatore di horror trash. Infatti vende paura. Il negro o l’islamico invasori sul gommone sono trama buona per pensionati insonni e per gente che abita territori al di qua del confine del pensiero complesso. Nessun approfondimento per loro, solo adrenalina da banco. Meloni aggiunge il tipico colore fascio: Dio, patria e famiglia come armatura per chi si sente scartato dalla storia e sente il bisogno di morire con una divisa addosso. Che sia quella dei suoi carnefici è un piccolissimo dettaglio.
Vannacci è un’altra cosa. È l’upgrade di sistema. Non promette niente di concreto perché i suoi elettori hanno già visto sparire troppe promesse. Quello che offre è più sottile ma infinitamente più tossico: una cosmologia completa. Un sistema chiuso che spiega tutto: perché sei povero – gli immigrati, il gender, l’élite globalista – e perché il fatto che la realtà ti sputi in faccia ogni giorno è ulteriore prova della cospirazione contro di te. È l’istinto primordiale del maschio etero che segna il passaggio dall’ignoranza come lacuna all’ignoranza come identità di classe.
Prima non sapevi un cazzo e magari te ne vergognavi un po’. Con Berlusconi ti hanno detto che era colpa dei professori comunisti. Con Salvini che era colpa di Bruxelles e dei burocrati. Con Meloni idem, ma a giorni alterni, perché poi Ursula non gradisce. Con Vannacci ti dicono che non sapere è una virtù. È una rivoluzione copernicana del cretino. Non più la lacuna da nascondere, ma il distintivo da esibire. L’ignoranza che si fa orgoglio, perché chi sa è parte del sistema. Il ragionamento articolato diventa segnale di tradimento. Più sei grezzo, più sei autentico. È la fenomenologia del pirla che si sente eroe. E allora il “buonsenso” dell’uomo normale vale più della scienza dei tecnocrati pervertiti. É l’istinto del medioman che batte il ragionamento dei frocetti con il dottorato.
Il bello è che funziona. Funziona perché intercetta qualcosa di reale: la proletarizzazione di un ceto medio che ha perso tutto tranne il risentimento. E il risentimento, senza analisi di classe, diventa sempre fascismo. Sempre. Senza eccezioni.
Il trend ha una logica darwiniana impeccabile: ogni ciclo elettorale seleziona un’offerta politica più rozza, più esplicita nel disprezzo per la complessità, più dipendente dall’emotività da stadio. Non è regressione accidentale, è adattamento perfetto a un elettorato che ogni sconfitta radicalizza di un altro millimetro verso il basso. Il vannaccismo non è certo il punto d’arrivo. È uno step. Sotto c’è ancora altra merda da rimestare. Perché il meccanismo non si esaurisce. L’assicurazione regge finché regge l’ignoranza, e l’ignoranza in Italia è una risorsa rinnovabile, prodotta sistematicamente da una scuola smantellata, da un’informazione abietta, da una sinistra che ha abbandonato le classi popolari per inseguire i diritti civili degli “arrivati” metropolitani e che si merita ogni voto perso.
La domanda non è se gli italiani possono essere trattati con così bassa considerazione. È se esiste un fondo. E la risposta, guardando i trent’anni alle spalle, è che ogni volta che hai pensato di averlo toccato si è aperta un’altra botola. E poi un’altra. Botole fino all’inferno e in fondo all’inferno potete stare sicuri di una cosa: non troverete Vannacci, ma voi e le vostre teste di culo.
Notarile e inutile, come sempre
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